La storia insegna ma non ha scolari. Questa frase sentita da filosofi, economisti e anche storici di mestiere dovrebbe farci pensare, ma a che cosa?

Al fatto, probabilmente, che tendiamo ad ignorare che quello che succede oggi, e magari getta le basi per quello che succederà domani, è semplicemente già successo. Ma anche che essendo successo in un altro ambiente storico, con caratteristiche peculiari e ambienti speculari a quelle determinate situazioni, pur ripresentandosi non potrà mai essere trattato allo stesso modo.

E quindi la storia serve o non serve? La storia serve come monito, come interfaccia e come banco di prova per modulare istanze che nel tempo variano le modalità ma tengono saldi i presupposti.

La scienza economica, che secondo alcuni non è scienza ma non per il prof. Bagnai che ne rivendica la collocazione al pari della scienza medica o fisica, ha una storia al pari di tutto il resto. Un passato che è stato e che andrebbe consultato a meno di non voler ripetere errori come quando si decide, ad esempio, di invadere l’Afghanistan senza considerare che questo, essendo già successo altre volte, prelude già ad un insuccesso.

E la scienza economica si occupa degli affari economici, di comprare e vendere, di scambi, di import e di export, di banche commerciali e banche centrali e anche di  lavoro e produzione.

E in questo campo la storia ci dice che oggi il lavoro non è esattamente come era tempo addietro. Ad esempio oggi non è più possibile far lavorare i bambini, mentre ai tempi di Adam Smith (1723 – 1790) era assolutamente normale, anzi in un libro meno famoso di Robinson Crusoe,  Daniel Defoe (1660 – 1731) scriveva che in Inghilterra, per fortuna e grazie alla manifattura del cotone, anche i bambini di 5 anni potevano guadagnarsi il pane.

Oppure si potrebbe scoprire che proprio quando le regolamentazioni erano al top, ovvero negli anni dell’ultimo dopoguerra e fino agli anni ’70, proprio l’economia capitalista che oggi invoca sempre meno regolamentazioni e meno burocrazia è cresciuta più che in altri tempi.

Anche Singapore è un esempio di illusione ottica e rifiuto dell’evidenza storica. Dalle pagine dei giornali economici appare come un campione del neoliberismo in quanto ad attrattiva di liberi capitali ma di base ha un’organizzazione quasi social-comunista con una proprietà statale che si estende quasi all’intero suolo del Paese, ha imprese statali per il 22 per cento della produzione nazionale contro la media del mondo che si attesta al 10 per cento.

E poi il Giappone, che sempre dal secondo dopoguerra, da cui esce sconfitto e distrutto, si riprende e domina il mondo grazie all’export ottenuto attuando un controllo burocratico ed asfissiante dell’erogazione del credito secondo un rigido schema non proprio neoliberale di interconnessioni tra Banca Centrale (BOJ) e banche commerciali.

E in fondo anche l’Europa risorge in parte grazie all’Unione Europea dei Pagamenti (1951 – 1959), cioè utilizzando quel sistema di pagamento e compensazione tra Stati che la storia delle relazioni umane ci dice Keynes ne avesse auspicato l’applicazione al mondo intero durante la conferenza di Bretton Woods nel 1944. Ma che fu invece accantonato in favore del Gold Excange Standard, ovvero un Gold Standard con il dollaro accanto a delineare il futuro imperialismo americano.

Ai più, e mi sembra del tutto normale, tutto questo non dirà assolutamente nulla ma merita una riflessione. Tutto è già accaduto, e qualcuno si è preso la briga di metterlo per iscritto in inutili libri di storia, ma il tempo e le situazioni trasformano gli eventi, il lavoro esisteva ieri come esiste oggi ma non lo si può trattare allo stesso modo perche nel frattempo siamo cresciuti come esseri umani e abbiamo appreso dai nostri errori. Diamo oggi più importanza all’infanzia di quella che veniva data nel ‘700 e durante la rivoluzione industriale e quindi diamo più dignità al lavoro. La scienza economica continua ad occuparsi del lavoro ma non può trattarlo come lo trattava Smith nella “Ricchezza delle Nazioni”. Il lavoro va rispettato e non sfruttato e i bambini è bene vadano a scuola. Si chiama evoluzione.

La regolamentazione del lavoro, delle banche, dei mercati e del credito ha fatto meglio storicamente della deregolamentazione voluta dai governi di sinistra prima e di destra poi. Azioni che hanno eliminato, di fatto, la dicotomia sinistra – destra e quindi nella realtà fatto sparire dalla dialettica economica (e sociale) le preoccupazioni per le sorti del popolo e delle sue esigenze (lavoro, previdenza, assistenza).

Con la sparizione della Storia nella vita quotidiana e quindi dalla scienza economica oggi si pensa che tutto sia immutabile e quindi le nuove generazioni potrebbero anche dare per scontato che i bambini non siano mai stati utilizzati come schiavi nell’industria sebbene la messa al bando della schiavitù in Inghilterra dati 1833, quindi ben dopo la morte di Smith. Che la moneta continui ad essere supportata dall’oro e che quindi non ci sia mai stato un Nixon che nel 1971 abbia dichiarato la fine degli accordi di Bretton Woods, oppure che il debito pubblico rappresenti davvero un problema e che debba essere ripagato al costo di austerità, pensioni tagliate ed economie reali distrutte a beneficio temporaneo dell’ingordo capitalismo finanziario.

Qualcuno potrebbe persino affermare, e succede quotidianamente, che il debito pubblico non sia nato per le scelte scellerate di coloro che ci costrinsero alla sudditanza dai mercati finanziari, delle borse valori, dei BTP e dello spread durante gli anni ’80 o giù di lì. Ma sia nato per colpa dei socialisti e della spesa sociale dello Stato.

Annulliamo la percezione dei buoni e dei cattivi insegnamenti della storia, annulliamo la loro stessa esistenza passata e facciamo le cose come se fosse sempre la prima volta e costituissero, invece, innovazione e modernità. E con questa scelleratezza perdiamo la possibilità di vedere che tutto avrebbe potuto essere diverso se si fossero privilegiati interessi diversi e più generali, come ad esempio lavoratori, classe media, la diffusione del benessere.

Ma la storia non ha scolari e allora scompaiono i lavoratori insieme ai loro diritti, la classe media insieme alle loro vittorie sociali e di innovazione, e il benessere diffuso a vantaggio di 85 miliardari e 10 multinazionali (per un approfondimento su questi dati consultare oxfam), che in compenso fanno beneficenza con i soldi che altrimenti andrebbero alle tasse.

E la storia non interessa a Renzi che la sostituisce con 80 euro e il jobs act, a Salvini che insieme all’uscita dall’euro vuole regalarci la flat tax, a Berlusconi che vuole un’Italia sovrana guidata dalle sue aziende e a Di Maio che ha capito tutto tranne il neoliberismo (o forse no?).

Non sembra interessare nemmeno ai rappresentanti della scienza economica al comando come  Padoan, Draghi e Monti occupati piuttosto a scrivere quella che studieranno gli allievi del futuro quando le basi del neoliberismo saranno dogmi affermati e forse li si ascolterà nelle chiese oltre che a scuola. Quando il misticismo supererà la storia e finalmente tutti accetteremo senza lamentele l’ineluttabilità delle politiche austere, il debito pubblico come muro del pianto e magari si potrà ritornare alla schiavitù in modo che i salari non possano più nuocere all’inflazione.

 

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Claudio Pisapia

Studio i fenomeni sociali seguendo quelli economici. Maturità classica e Laurea in Scienze Politiche, collaboro con il Gruppo Economia di Ferrara (GECOFE) nell'organizzazione di eventi, conferenze e nello studio della realtà macroeconomica. Collaboro con i giornali online ferraraitalia e scenarieconomici. Ho scritto il libro "Pensieri Sparsi".

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