Quello che sta succedendo, con l’ovvia benedizione della classe dominante e il meno ovvio assenso della classe lavoratrice, è che si tende a rendere più produttivo il lavoro pagandolo meno rispetto alla maggiore e reale produzione (o produttività) per distribuirne la differenza ai detentori dei mezzi di produzione, quindi benessere verso l’alto. Si vedano le statistiche Oxfam che mostrano disuguaglianza crescente, i ricchi che posseggono sempre di più e i poveri in costante aumento qui .

Esempio eclatante di questa triste crescita? La Germania, e queste sono le parole di Roland Berger (consulente “storico” dei governi tedeschi) che a proposito delle riforme di Schröder disse “il successo delle riforme tedesche, iniziate nel 2003 con una liberalizzazione del mercato del lavoro e un aumento degli stipendi reali inferiore all’ incremento della produttività. Poi è seguito il taglio dei costi del sistema sociale, l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni, la creazione di un segmento di bassi salari” (4 dicembre 2011, qui ).

A quel tempo però già lo stesso Schroeder (nel 2005 durante il suo discorso al World Economic Forum di Davos) aveva avuto modo di affermare: “Dobbiamo e abbiamo già liberalizzato il nostro mercato del lavoro. Abbiamo dato vita ad uno dei migliori settori a bassa salario in Europa”

Le citazioni tratte dagli stessi protagonisti delle riforme “strutturali” tanto decantate anche nel nostro Paese ci raccontano la verità su quello che valgono davvero. Ma inspiegabilmente accettiamo come logico e senza alternativa il fatto di doverli portare come esempio e quindi parliamo di produttività del lavoro a prescindere dal significato che politici (colpevolmente) e multinazionali (giustamente) danno a questa parola mentre l’obiettivo dovrebbe essere, almeno da parte dei primi, la migliore distribuzione di ciò che si crea. Altrimenti perché ci dovremmo impegnare a produrlo? Per regalarlo a politici e multinazionali?

Insomma, il punto è che bisognerebbe espandere e non contrarre l’offerta di denaro perché i soldi non sono il problema ma lo è creare beni e servizi che con i soldi possano essere comprati (cit. Alan Greenspan). Quindi dove sono gli investimenti, i piani industriali e le opere pubbliche? Perché non si aumentano gli stipendi, non si pagano le ditte che hanno arretrati con la PA e non si assumono altri lavoratori? La produttività siamo tranquillamente in grado di aumentarla in maniera sana e non come ci impone il jobs act, il problema è che con queste riforme stiamo crando disoccupazione, precarietà e povertà … cioè crisi su crisi!

Vogliamo provare a concentrarci sulla distribuzione piuttosto che sulla competizione e su come attenuare le disuguaglianze? … che sono il vero problema del nostro prossimo futuro.

Chi promuove la privatizzazione del sociale insieme all’indipendenza dei mercati, della finanza e all’impunità degli amministratori delegati come se questo fosse la cosa più naturale del mondo, è perché vive del presente e non ha alcun interesse in cosa succederà domani, nessuna visione del futuro. Per questo distrugge l’ambiente, il sistema pensionistico, le riforme sociali, la sanità e il lavoro dignitoso sostituendolo con i minijob a 450 euro al mese.

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Claudio Pisapia

Studio i fenomeni sociali seguendo quelli economici. Maturità classica e Laurea in Scienze Politiche, collaboro con il Gruppo Economia di Ferrara (GECOFE) nell'organizzazione di eventi, conferenze e nello studio della realtà macroeconomica. Collaboro con i giornali online ferraraitalia e scenarieconomici. Ho scritto il libro "Pensieri Sparsi".

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