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Un’analisi del voto del 4 marzo scorso non dovrebbe prescindere dalla considerazione della differenza tra una coalizione e un partito.  La più importante, ad esito acquisito del voto e a mio avviso, è che la coalizione di centro destra avrà tanto da lavorare affinché non si sciolga al sole l’illusione di avere realmente un consenso e una forza più ampia del Movimento 5 Stelle.

Illusione perché, se è vero che il 37 per cento mette insieme più italiani del 32,7 per cento, è anche vero che se quelli che ritengo equilibri precari dovessero venire meno, la realtà direbbe che quel 37 è formato da un 17,37, un 14,01, un 4,35 per cento e persino un 1,30 (in effetti c’era anche Noi con l’Italia-Udc anche se pochi se ne sono accorti e ancor meno ne parlano). Insomma davvero poca cosa e, in un contesto “dilatato”, persino lo sconfitto PD potrebbe dire la sua con il 18,72 per cento delle preferenze (che fa 1,35 in più della Lega).

Una coalizione si porta dietro diverse e varie necessità, aspirazioni, idee di governo e di rapporti internazionali che difficilmente riescono a stare insieme per periodi molto lunghi e in molti casi (storie italiane … ) quello che gli permette di andare avanti sono gli appoggi esterni, le poltrone istituzionali, oppure un incarico da ministro o un posto da sottosegretario. Una coalizione è un compromesso mentre un partito si sceglie oppure no. La storia insegna (ma non ha scolari).

Data comunque l’attuale legge elettorale, una coalizione presentata prima delle elezioni e con un programma unico appare un atto di buon senso, laddove si dia per scontata l’impossibilità di raggiungere o superare il 40 per cento delle preferenze utile per governare. Sarà altrettanto saggio aspettarsi che, al di là del programma presentato, vi saranno non pochi nodi da sciogliere su quella che appare essere la mission dei leader Berlusconi e Salvini. Mentre il primo vuole tenersi ben ancorato all’Europa di Bruxelles che improvvisamente, e inaspettatamente, lo vede come il suo campione, Salvini è già andato allo scontro sul tetto del deficit.

Alla fine bisognerà capire se la tenuta della coalizione di centro destra diventerà prioritaria rispetto alle necessità (percepite o reali) del Paese. Cioè se un eventuale loro governo riuscirebbe mai a rappresentare le istanze del Paese oppure sarebbe troppo impegnato a mantenere gli equilibri della coalizione stessa e a contemperare i diversi interessi che (non) li tiene insieme.

L’attuale coalizione di centro destra raccoglie indubbiamente anche umori popolari diversi, oltre vision, mission e persino attività progettuali della sua classe dirigente spesso chiaramente in contrasto.

Gli “umori” dicono che il “popolo” ha probabilmente votato non tanto alla coalizione quanto al partito che ne faceva parte, e questo per assicurare la premiership al rispettivo candidato proprio perché tutti si rendevano conto che, al di là del programma presentato, si perseguivano scopi diversi e diverse modalità per raggiungerli.

E del resto il passato ci consegna accuse reciproche e una serie di “mai più” consegnati all’oblio in nome della raccolta di voti fatta passare magari per governabilità o addirittura responsabilità,

 

 

anche se il tutto appare come il voler essere ‘governanti’ ovvero come voglia di governare secondo i propri principi e a prescindere, perché gli altri non sono capaci anche se poi, a ben guardare, di altri non ce ne sono mai stati.

Ma quale vision ci consegna questa coalizione? Forse l’idea di un mondo migliore governato da una elite di persone che possano diventare ancora più ricche grazie al fatto di pagare meno tasse e avere una società che grazie all’aumentata sicurezza permetta di lasciare incustodita la ferrari davanti al bar. Una società con più posti di lavoro che permetta un’espansione della domanda, perché per vendere si ha bisogno di gente che compri, ma dove siano chiari i ruoli dei leader e quelli dei cittadini, buoni e dignitosi lavoratori che si affidino sempre meno allo Stato sociale, pensino poco alla pensione e non pretendano troppi ospedali pubblici. Il lavoro nobilita, l’assistenzialismo degrada e infiacchisce gli animi. 

E per questa visione comune si sacrificano vecchi ideali e si sposta (come dargli torto?) il vecchio muro dal Po fino al mediterraneo e, del resto, cosa c’è di meglio per portare dalla propria parte un popolo che creargli degli interessi comuni? Ed ecco il problema della sicurezza esacerbato dall’insipienza del governo a guida PD e dalla caccia alle streghe di boldriniana memoria: i fascisti … senza dimenticare la a per tutte gli incarichi rivestiti da una donna anche se poi ‘suonava’ male.

La sicurezza! che aggiungeremo al mostro dell’inflazione e a quello del debito pubblico. Tutti espedienti per far credere al popolo che siamo tutti nella stessa barca, che abbiamo tutti gli stessi interessi e che finalmente c’è qualcuno pronto a tutelarci. Un po’ come quando fu abolita la “scala mobile” … nell’interesse e con il consenso dei lavoratori.

Ma Salvini è anche sovranista e riesce persino a reclutare il prof. Bagnai nella sua battaglia per portare l’Italia fuori dai vincoli europei e, forse, fuori dall’euro, incontrando e rafforzando così il favore della maggior parte dei sovranisti meno attenti o a senso unico. Infatti dal FSI a Casa Pound (nonostante le aperture del suo leader ma non quella dell’Avv. Marco Mori) a destra fino ai Comunisti e a PaP a sinistra si trova una pletora di sovranisti duri e puri (e a volte inaspettati) che per ragioni diverse e antitetiche proprio non ce la fanno a identificarsi con la Lega (ex Nord e molto poco sovranista).

Ma il sovranismo salviniano antitetico all’Europa dell’euro fatica a identificarsi anche all’interno della stessa coalizione di centro destra. E infatti, mentre Salvini chiarisce in Europa che “il 3 per cento non ha significato se va contro gli interessi degli italiani” (che Dio lo benedica!), Berlusconi si propone come garante degli interessi europei, e forse di quelli delle sue aziende. La Meloni, santa donna, si ritaglia il ruolo di paciere perché da donna intelligente sa che il 37 per cento è più o meno un 18 più 14 più 4 più 1.

Una coalizione è quello che è. Un insieme di interessi che potrebbe avere a cuore gli interessi della coalizione stessa oppure quelli degli italiani. Potrebbe avere una vision comune ma, in fondo, con la caduta delle ideologie, sarebbe pretendere troppo avere chiarezza su questo argomento. Anzi i partiti che sembrano abbiano vinto le elezioni (Lega e M5S) dicono apertamente di non essere ne di destra ne di sinistra e, di conseguenza, la loro vision appare talmente pratica e poco altisonante da scendere di un gradino e identificarsi come mission.

Bisogna quindi dedicarsi alle infrastrutture, accontentarsi dell’Italia agli italiani, di uscire dall’euro oppure no, dell’idea che comunque il debito pubblico va abbattuto e aspettare di vedere come e di quale sia davvero il punto di rottura con la società di ieri, quella del PD e di ieri l’altro, quella dei vecchi partiti di Forza Italia e della Lega Nord (ovvero il punto di rottura con se stessi).

L’impegno, la battaglia sui trattati europei, il fiscal compact, l’euro e il deficit è una battaglia che potrebbe coinvolgere solo la Lega con il suo 18 per cento, non conterei molto sul 37. Tolto questo, cosa marcherebbe la differenza con il partito liberista del PD di Renzi? La stessa Lega, e non solo Forza Italia, hanno governato tanto e hanno lasciato il segno nelle ultime riforme costituzionali, nelle leggi sulla precarietà del lavoro, nelle leggi sull’immigrazione e su ogni aspetto della società che noi, e solo noi cittadini, siamo costretti a subire. Cominciamo a separare gli interessi e a rispolverare la storia, non tutta certo, solo quella degli ultimi anni e smettiamola di fingere che ogni volta che si va ad un’elezione si riparta sempre da zero, che tutti siano immacolati e che il passato non ci appartenga più.

E il M5S? fa delle proposte e delle dichiarazioni, come gli altri. Anche qui non vedo una vision chiara e non credo coincida con quella di Grillo, quindi anche qui ci dobbiamo accontentare della mission.

Di Maio rassicura tutti (cosa che incredibilmente ha imparato a fare anche il prossimo candidato premier Di Battista), l’Europa, gli USA e la Russia: “resteremo nella NATO, nell’Unione Europea, faremo politiche espansive, sanzioni solo se non danneggiano l’economia italiana”, e gli italiani “una banca per gli investimenti per il credito agli imprenditori, il reddito di cittadinanza per chi è in difficoltà, più sicurezza con assunzione di poliziotti, difesa del Made in Italy e politiche espansive”, ma anche “abbatteremo il debito pubblico” e vedremo come o cosa significa.

La differenza vera? Che del centro destra sappiamo tutto, le reali percentuali, gli interessi, cosa li divide e cosa li unisce. I più bravi potrebbero tranquillamente azzardare cosa succederebbe con un loro governo (divisione di poltrone, incarichi, politica europea annacquata per tenere insieme gli interessi dei due principali partiti e degli eventuali aggregati) mentre i più “aulici” potranno piangere un’altra vittoria neoliberista, celata dietro la lotta all’euro. Il futuro consegnerebbe semplicemente un “questa volta non ce l’abbiamo fatta perché non avevamo abbastanza preferenze e quindi siamo dovuti scendere a compromessi”. Quali? quelli delle coalizioni, quelli che conoscevamo tutti e benissimo fin dall’inizio… “Ma ci abbiamo provato e la prossima volta saremo più sovranisti, daremo più sicurezza e “più pilu per tutti”.

Del M5S sappiamo che hanno fatto delle promesse per un’Italia migliore che forse potrebbero essere realizzate o magari no, che forse sono in grado di tener testa ai navigati politiconi europei o magari no, che hanno un candidato premier molto giovane e per questo non ha avuto tempo di collezionare avvisi di garanzia e mettere su grandi aziende di successo magari sfruttando conoscenze importanti e che non ha nemmeno usufruito di decenni di stipendi statali (italiani ed europei) a cinque cifre.

Insomma io penso che potremmo avere tutte le risposte alle nostre domande e farci tutte le analisi post voto e pre-governo o pre-nuove elezioni possibili, ma non lo faremo perché in fondo a noi piace lasciar fare tutto agli altri.

Ultima nota. Le vicende tedesche, belghe e spagnole ci dimostrano che la politica è talmente pilotata dai grandi interessi economici che gli Stati funzionano meglio addirittura senza governi. Questa è una verità, ma non vuol dire che sia una cosa buona per il cittadino perché interesse dello Stato, purtroppo e da tempo, non vuol dire più interesse del popolo.

 

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Claudio Pisapia

Studio i fenomeni sociali seguendo quelli economici. Maturità classica e Laurea in Scienze Politiche, collaboro con il Gruppo Economia di Ferrara (GECOFE) nell'organizzazione di eventi, conferenze e nello studio della realtà macroeconomica. Collaboro con i giornali online ferraraitalia e scenarieconomici. Ho scritto il libro "Pensieri Sparsi".

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