A passo di gigante si avvicina l’ora dell’addio a Tito Boeri, sempre più in palese disaccordo con la nuova linea politica adottata dalla Lega e dal M5S, che si sta cimentando in riforme di sinistra. Entrambi orientati su politiche di stampo keynesiano, ovvero, quando c’è crisi, lo Stato non deve chiudersi a riccio ma intervenire e partecipare alla gestione della res publica.

Tito Boeri, direttore dell’INPS, è anche uno dei maggiore sponsor della riforma Fornero nonché strenuo difensore dell’equilibrio della spesa pensionistica. La sua mission è quella di assicurare ai nostri giovani una pensione molto bassa e il più tardi possibile che, guarda caso, è anche la mission della Fondazione Rodolfo Debenedetti di cui Boeri è Direttore scientifico (attualmente in aspettativa). Nel dettaglio tale fondazione si propone:

  • la riforma dei sistemi pensionistici alla luce delle tendenze demografiche, delle trasformazioni in atto nel mercato dei capitali, e dei vincoli politici alle riforme;
  • le cause della disoccupazione europea, i suoi costi sociali e la fattibilità politica di strategie volte a liberalizzare il mercato del lavoro nei paesi dell’Unione Europea.

Insomma riforme e liberalizzazioni che, stringi stringi, significano sempre lasciar fare al mercato e tenere fuori lo Stato dalle dinamiche economiche. E a questo punto, quale posizione migliore gli poteva offrire Matteo Renzi se non quella di presidente dell’INPS?

Dall’alto del suo scranno supervisiona le pensioni con un occhio all’immigrazione via mediterraneo che, a suo dire, ce le dovrebbero pagare. In sintesi: importazione di mano d’opera a basso costo (e a tutti i costi) dall’Africa, per fare lavori pagati poco, stabili poco, diritti poco, e fatta da chi magari ritorna al suo Paese di origine prima di avere maturato la sua pensione in modo che noi che restiamo possiamo usufruire dei fondi lasciati dal migrante di ritorno a casa.

Operazione a dir poco disdicevole. Nel frattempo lasciamo partire lavoratori potenzialmente qualificati ma che vorrebbero essere pagati bene con diritti annessi, appoggiandoci allo sfruttamento di chi arriva da fuori, che è costretto ad accettare di tutto, anche lavori in semi schiavitù, e poi nemmeno passa alla cassa. Non ho parole!

Un minimo di logica, e di assenza di propaganda Goebbeliana, darebbe una risposta molto semplice alle ansie di Boeri e la darebbe sotto forma di percentuale: 11,2%. Che è la percentuale di disoccupati in Italia certificata dall’ISTAT ad Aprile di quest’anno, gente che non si riesce ad impiegare (senza tener conto di quelli stufi di cercare lavoro e quindi non conteggiati in tale statistica, oltre 2 milioni secondo l’Istat nel 2017 sulla popolazione tra i 15 e 29 anni) e, dunque, perché dovremmo importare mano d’opera straniera quando abbiamo un livello così alto di disoccupazione? Magari perché ci sono dei lavori che gli italiani non vogliono più fare?

Le questioni si intrecciano, come abbiamo premesso, si vuole tenere alta la disoccupazione italiana per alimentare la competizione al ribasso e importare stranieri disposti a lavorare con meno diritti e più a buon mercato. Gli italiani si erano conquistati nel tempo diritti che bisogna distruggere in nome dell’abbattimento del costo del lavoro e dell’aumento della produttività (e quindi della competizione internazionale). In nome delle proteste di Confindustria, di Marchionne, Berlusconi e Forza Italia, e per farlo serve chi è disposto a lavorare per poco: e chi meglio di persone che purtroppo provengono da situazioni per cui ciò che a noi sembra un ritorno al passato per loro significa un passo verso il futuro?

Probabilmente dando lavoro con dignità a chi lo cerca non avremmo più bisogno di Tito Boeri perché avremmo un PIL in crescita e un 11,2% di popolazione in più che paga la pensione a noi futuri vecchietti.

Il nostro mi sembra uno dei casi in cui fare qualche passo indietro non potrebbe che fare bene. Ripartire dal lavoro vero, dalla sovranità che difende gli interessi del lavoro e non della globalizzazione, non potrebbe che farci bene. Siamo pronti a sostenere, magari con indosso le magliette del giusto colore, i diritti umani che questa società sta inesorabilmente perdendo?

Comunque, un articolo di approfondimento del fattoquotidiano mostra che il 9% del PIL italiano è dato dagli stranieri. Il bilancio tra quello che l’Italia mette per l’accoglienza e l’assistenza, scrivono, è sostanzialmente pareggiato dal fatto che i migranti, che poi diventano imprenditori o lavorano come stipendiati, restituiscono una crescita pari del PIL. Si parla di circa 600mila nuovi imprenditori immigrati. Ma sarà tutto così cristallino?

Come sempre le statistiche sono facili prede delle interpretazioni e qui sembrano opportune le informazioni di Unioncamere “…Boom di ambulanti stranieri in Italia, +30% in quattro anni. E’ Napoli la capitale delle bancarelle. Ma mentre i mercatini spopolano i negozi tradizionali perdono terreno…”. Come sempre c’è l’altra faccia della medaglia, che qui mostra oltre all’emergere di un nuovo tipo lavoro, la perdita di un altro tipo che senza il nuovo tipo magari avrebbe continuato a funzionare. Inoltre, il nuovo tipo di lavoro porta anche un diverso modo di intendere sia la vita che il progresso, il negozietto era stabile mentre l’ambulante è … ambulante. Il tutto magari non è né un bene né un male, ma è diverso.

Siamo pronti a questi cambiamenti? ci hanno adeguatamente preparati? ci hanno detto che è una scelta e non una necessità? … non credo

Ma se la scelta verso la vita Boeriana è calarsi in un diverso tessuto sociale, accettare un cambio di paradigma, allora è giusto che ne siamo messi al corrente correttamente, invece che tenercelo nascosto dietro i totem del debito pubblico, la tenuta dei conti, i parametri europei e questi fantomatici mercati che dettano il ritmo del cambiamento.

Ci costringono a scelte non condivise e nemmeno ponderate dietro il terrore dello spread e dalla minaccia dell’imminente crollo dell’INPS o del default dello Stato centrale (scivolato alla pari della bottega dell’erborista all’angolo), impauriti dalle parole e dalle argomentazioni sempre meno scientifiche e sempre più politiche di uomini come Tito Boeri.

Dei punti di vista fatti passare come inderogabili esigenze della congiuntura economica e sociale, non tanto giusti quanto necessari e ineluttabili. Non semplicemente neoliberisti ma universali, quasi religiosi.

Ma se Boeri vuole fare politica la faccia, è un suo diritto, non proponga i suoi interessi e le sue visioni come di interesse e di valenza generale. Almeno non lo faccia da Presidente dell’INPS perché lì è giusto sieda un funzionario che lavori per gli interessi di tutti i cittadini.

Il mondo dei Tito Boeri assomiglia sempre più pericolosamente a quello del film Elysium con Matt Damon dove l’umanità rimasta sulla Terra è un’unica grande classe operaia tenuti a bada e dominata con pugno di ferro attraverso i robot da un élite che da tempo è andata a vivere su una stazione orbitante intorno alla Terra dove vive circondata da ogni confort.

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Claudio Pisapia

Studio i fenomeni sociali seguendo quelli economici. Maturità classica e Laurea in Scienze Politiche, collaboro con il Gruppo Economia di Ferrara (GECOFE) nell'organizzazione di eventi, conferenze e nello studio della realtà macroeconomica. Collaboro con i giornali online ferraraitalia e scenarieconomici. Ho scritto il libro "Pensieri Sparsi".

2 commenti

Francesco Defranceschi · 11 agosto 2018 alle 19:44

Ottimo lavoro, un impegno il Suo che Le ha consentito di trattare il caso Boeri in modo equilibrato e chiaro a tutti, complimenti dott. Pisapia! Ho scoperto oggi il Suo sito, ma tornerò certamente a leggerla, magari cercando di farlo in modo attivo.
Nessuna obiezione, trovo tutto perfetto. Tuttavia, esprimo un dubbio che mi è sorto leggendo qui: Ma la pensione che riscuoteranno i pensionati di domani, non sarà costituita dai versamenti fatti ora durante il periodo lavorativo? Perchè si dà credito a Boeri quando dice che c’è bisogno di giovani che paghino la pensione ai vecchi. Non è questo un controsenso? Se fosse così significherebbe che i versamenti riscossi dall’inps vanno spesi subito per pagare le pensioni, e quindi non si è fatta alcuna cassa di quelli riscossi a suo tempo da coloro che ora sono in pensione. Se è così qualcuno ha speso i soldi della cassa inps e dove li ha spesi?
Allora che senso ha chiamare l’inps istituto di previdenza ?
Non sarebbe molto meglio lasciare in busta paga al lavoratore le trattenute previdenziali?
Mi sbaglio?
Buona Domenica e a presto
Francesco

    Claudio Pisapia · 11 agosto 2018 alle 20:12

    grazie e una buona domenica anche a Lei. Una prima veloce risposta nel post del 27 luglio scorso.

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