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Interessante articolo di Business Insider “La dottrina del Fmi è in crisi: senza aiuti e austerità la Turchia va meglio dell’Argentina” che ipotizza, ma poi realizza, che le ricette del FMI siano un piatto indigesto per i Paesi che le accettano.

L’esempio viene dai risultati per l’anno 2018 appena trascorso e riguarda due paesi emergenti, Argentina e Turchia, Il primo accetta un prestito dal Fondo di 57 miliardi di dollari mentre la Turchia rifiuta gli aiuti. In effetti l’Argentina ci ricasca dimostrando di non aver capito ancora bene i motivi della crisi del 2001, ci ricasca e si indebita di nuovo in una moneta che non emette, non controlla e con la quale dovrà restituire capitale e interessi.

L’azione successiva alla ricezione del prestito è l’applicazione delle regole di austerità che il Fondo impone e quindi “Lo stesso giorno, la sua banca centrale aumentò i tassi di interesse all’astronomico livello del  60% pi ridotto al 55% ma che in pratica significa nessun accesso al credito per consumatori e imprese Il peso argentino è caduto quel giorno a circa 38 pesos per dollaro e non ha più recuperato mentre su una popolazione di 45 milioni di abitanti 12 milioni vivono con 358 dollari al mese sotto il livello di povertà. Senza contare che i salari aumentano della metà dell’inflazione riducendo del 50% il potere d’acquisto. Il biglietto della metropolitana di Buenos Aires è balzato da 7,5 pesos a 21 pesos, ma i salari sono saliti solo del 28%.”.

La Turchia invece “La Turchia ha aumentato il costo del denaro del 6,25% per portare il tasso ufficiale al 24%. Il presidente Recep Tayyip Erdogan, carattere fumantino e autoritario, ha mandato casa il team economico precedente e lo ha sostituito con il suo genero, Berat Albayrak nominato ministro delle Finanze, respingendo le richieste di intervento del Fmi. Erdogan si è anche opposto all’aumento dei tassi per molti mesi sostenendo che i tassi bassi avrebbero contrastato l’inflazione, ma poi ha dovuto ovviamente cedere di fronte all’aggravarsi della crisi valutaria… I risultati alla fine sono arrivati sul Bosforo: la lira si è rafforzata oltre il 20% dal suo livello del 28 agosto. L’import turco è diminuito mentre l’export manifatturiero è ripartito giocando sulla precedente svalutazione della lira.  Anche il tasso di inflazione annuale della Turchia è diminuito, superando in ottobre il 25% per poi scendere a dicembre al 20,3%, mentre l’Argentina è salita ufficialmente al 47,6% a dicembre, il più alto negli ultimi 27 anni ed è probabile che sia un dato sottostimato.”

Certo la Turchia può vantare un ruolo strategico, ha tenuto in scacco l’Europa, ha chiesto ed ottenuto fondi promettendo di bloccare i migranti, ha una popolazione che è quasi il doppio di quella Argentina, e una manifattura forte orientata all’export. L’Argentina produce derrate alimentari ma non ha nessun ruolo strategico nello scacchiere americano dominato dagli USA dai tempi della dottrina Monroe (1823).

Ma fatte tutte le debite considerazioni sulle differenze dei due paesi le conclusioni dovrebbero indicare alquanto chiaramente che è da folli limitare il credito, privatizzare ed applicare ricette di austerità laddove si è in recessione. E’ un modo per alimentare la crisi e non certamente per uscirne. E’ sbagliato seguire lezioncine di chi ha dimostrato ampiamente di non avere realmente e disinteressatamente a cuore la crescita e il benessere delle persone.

Si pensi alla Grecia (ricordata anche in questo articolo a cui ci stiamo ispirando). Semicolonizzata dalle aziende europee per effetto delle privatizzazioni imposte dal Fondo che riceve poi le scuse di Junker dopo l’ammissione della “cattiveria della Commissione europea” per aver preteso troppa austerità.

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Claudio Pisapia

Studio i fenomeni sociali seguendo quelli economici. Maturità classica e Laurea in Scienze Politiche, collaboro con il Gruppo Economia di Ferrara (GECOFE) nell'organizzazione di eventi, conferenze e nello studio della realtà macroeconomica. Collaboro con i giornali online ferraraitalia e scenarieconomici. Ho scritto il libro "Pensieri Sparsi".

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