FERRARA E LODI, GLI AGITATORI DI POPOLO E LE RADICI DELL’ALBERO

Pubblicato da Claudio Pisapia il

Premesso che non è il numero di persone che scende in piazza a determinare la qualità o la giustezza di una causa (il riferimento è alla manifestazione di qualche giorno fa a Poggio Renatico organizzata dalla Lega Nord in funzione anti arrivo migranti), per descrivere i fenomeni, almeno dalle pagine dei giornali, bisognerebbe evitare di cadere negli schemi partigiani.

I dotati di tessera giornalistica o semplicemente di potere della scrittura dovrebbero provare ad andare al di là degli effetti di cui fa sicuramente parte anche chi, a torto o a ragione, si specializza nel portare in piazza i problemi, cosa del resto non deplorevole soprattutto quando, in fondo, ci si pone dalla parte della legge o della difesa dei costumi locali sopperendo a palese mancanza istituzionale in tal senso.

E’ normale che prima o poi, a ragione o a torto, certe manifestazioni comincino a colorarsi di protagonismo e a suscitare i primi fastidi, ma chi vuole fare analisi dovrebbe tenersene fuori e rimanere concentrato sull’oggetto dell’analisi, altrimenti si fa gossip.

Del resto non potremmo dire, in tutta coscienza, che il problema degli azzerati CARIFE possa essere poco rilevante o da non considerare perché nonostante i risparmiatori danneggiati siano decine di migliaia, a manifestare in piazza a Ferrara c’erano poco più di 200 persone, tra le quali vi era anche tanta gente proveniente dal Veneto e dalla Toscana.

Insomma se c’è un albero che rischia di morire non possiamo metterci a potare i rami e alimentare la discussione popolare sulle foglie secche senza preoccuparci delle radici.

Per quanto mi riguarda proverò a buttare giù una “sparsa” serie di spunti (o pensieri) con in coda qualche suggerimento nato dalla mia esperienza o da quella di chi ha provato a dare risposte un po’ meno aleatorie di altre.

Cosa racconta il fatto di volersi a tutti i costi muovere dal luogo di nascita, lasciare famiglie, amici o addirittura il mettere su un barcone i figli e lanciarli verso mete comunque inesplorate? Fatto che da’, in ogni caso, il senso della disperazione da cui sono afflitti gli africani. Ma la fuga non è da una povertà in senso assoluto. Le loro terre sono più ricche delle nostre in termini di materie prime e basti pensare al petrolio, ai diamanti, all’oro, al coltan.

In Africa c’è il maggior numero di giovani del mondo, di donne e uomini che potrebbero fare la differenza. “Risorse” vere al pari delle materie prime, a voler usare termini cari alla Presidente della Camera Boldrini.

Dovremmo tenere ben presente il continuo aumento demografico del continente africano (la sola Nigeria si avvia a superare da sola il numero di abitanti dell’intera Unione Europea) nonché l’attrazione fatale che l’Europa esercita, certo per la vicinanza ma soprattutto per le migliori condizioni di vita anche in termini di quella parvenza di democrazia e di civiltà che forse manca sia a loro che ai loro prossimi come, ad esempio, i Paesi del Golfo, che però sono ricchi e ci comprano le armi. Insomma quanti prevediamo di poterne accoglierne, in mancanza di altre soluzioni, e perché vengono da noi e non vanno in Arabia Saudita o in EAU che sono anche musulmani oltre che ricchi?

Siamo di fronte a un continente di abbondanza che non ha nulla da dare alla sua gente e li caccia, oppure a tanta gente che abbandona colpevolmente un continente di abbondanza perché incapace di gestire tale abbondanza? Per noi intanto c’è subito da capire se l’arrivo di 100.000 oppure 200.000 migranti sono “il” problema oppure gli effetti del problema. E poi se chi sta potando i rami dell’albero per far fronte alle foglie secche non sia parte esso stesso del problema, in quanto avere delle responsabilità politiche e di gestione della cosa pubblica e fermarsi agli effetti porta ovviamente ripercussione negative sulla cittadinanza.

Muri o ponti?

Costruire dei muri come sta facendo il mondo in questi ultimi periodi è il tentativo di porre una argine agli arrivi. Tentativo sbagliato perché se a muoversi saranno sempre di più interi popoli affamati di pane, democrazia e libertà sarà impossibile far si che reggano, a meno di non pensare di costruire bolle di protezione tipo film di fantascienza.

Abbiamo visto, ed è un altro tassello da inserire nel dibattito, che i blocchi funzionano meglio quando si affida il compito a dittatori o aspiranti tali come si fece con Gheddafi in Libia o come si è fatto con Erdogan in Turchia. Questi è stato addirittura assoldato e pagato dall’Unione Europea per creare un muro invisibile in modo che l’opinione pubblica europea continuasse a concentrarsi su Orban e le destre xenofobe, insomma 6 miliardi di euro hanno dimostrato che bisogna essere cattivi per fare cose cattive.

I ponti stile PD e il buonismo della domenica stanno dimostrando che in realtà entrambi funzionano benissimo per portare soldi ai soliti posti, alimentare confusione e dibattiti inutili (che sono la stessa cosa). Alla fine permettere fintamente a tutti di entrare restando a guardare o magari andandoli a prendere come sembra facciano alcune navi di ONG è cosa molto sbagliata perché si salvano solo una piccola parte della marea di persone in pericolo e quando li si porta poi in Italia ci rendiamo conto che questa piccola ondata finisce nel mare della disorganizzazione nostrana, acuisce le divisioni, li aggiunge ai disoccupati italiani e in genere li parcheggia in oasi affollate di disperati chiamati centri di accoglienza.

E di quali fattori tengono conto i giornalisti che dileggiano chi si oppone ai rilocamenti? Che tipo di analisi fanno? Ah già… la bontà umana di chi sembra accogliere e tutti gli altri dalla parte della xenofobia, del razzismo e dell’errore.

Chi fa i muri e basta sbaglia perché non risolve i problemi, come sbaglia chi accoglie e basta. Perché fa finta di non vedere il business che si è creato dietro l’accoglienza e non fa nulla per chi non arriva alle soglie dell’Europa, che sono la maggioranza degli “aventi bisogno”.

Ma soprattutto concentra il dibattito sulle cause di un problema grande e che le migliaia di morti tra il deserto del Sahara e il mare mediterraneo richiederebbero. Perché centinaia di migliaia di persone si muovono? E perché l’ONU avverte che potrebbero diventare 200 milioni?

Che responsabilità hanno i politici di oggi che nutrono le cooperative dell’accoglienza e non preservano il domani dei cittadini che dovrebbero rappresentare? E che responsabilità ha l’informazione che scrive o racconta solo degli effetti della migrazione?

Cominciamo a farci un po’ di domande che possano indirizzarci verso le radici, oltre i rami da potare e le foglie secche.

Ad esempio, l’Africa cresce mentre l’Europa invecchia ma perché questo succede? Se il vecchio continente invecchia in fondo non è tanto per scelta ma per calcolo. Di figli noi ne facciamo tanti quanti ne possiamo mantenere, mandare a scuola, in palestra, consideriamo se abbiamo una stanza per loro, calcoli a cui una volta non eravamo avvezzi e a cui probabilmente non sono ancora avvezzi gli africani. Forse quando saranno arrivati al nostro stesso livello di benessere la popolazione mondiale smetterà di crescere. Il picco potrebbe essere determinato dalla diffusione della scolarizzazione, urbanizzazione, aumento del reddito, fattori che finora hanno effettivamente determinato un freno alla crescita della popolazione.

Teniamo presente che oltre al calcolo, per gli italiani, c’è la difficoltà oggettiva dell’assenza di politiche familiari, di aiuto alle coppie e alle famiglie. I figli da gioia sono diventati problema, li si fa nascere già come portatori di debito e di sacrificio. Come mai? chi è colpevole di questa trasformazione sempre più evidente?

Le guerre muovono una piccola parte di quelli che arrivano alle nostre coste ma questa sarebbe la parte facile del problema. Anche l’Italia ha bombardato a suo tempo la Libia e lo ha fatto per seguire la Francia che altrimenti ci avrebbe tolto posizioni al tavolo del riassetto futuro, che del resto ancora non si vede, mentre avrebbe potuto astenersi e magari nemmeno concedere le basi così come avrebbe potuto astenersi da qualsiasi azione bellica in Siria, data l’evidente poca chiarezza di quello che sta succedendo.

E avrebbe potuto condannare senza se e senza ma gli interventi francesi in Africa a qualsiasi titolo. Un Paese europeo seriamente impegnato a non far guerra ai suoi vicini (e anche lontani) potrebbe essere un primo e bel segnale per la soluzione de “il” problema migranti.

E poi, ci siamo mai chiesti seriamente perché un continente così ricco di materie prime non riesce a costruirsi un ospedale, una scuola e spesso nemmeno un pozzo per l’acqua? Certo sono incapaci, neri, corrotti e non hanno voglia di lavorare, tranne quando lo fanno per le aziende cinesi nel centro africa o per la mafia del sud Italia (e non solo) a pochi euro al giorno.

Forse sarà così, o magari le verità sono altre e parlano di sfruttamento delle risorse ad opera di stati e multinazionali europee e americane? Alle quali si sono aggiunte, giustamente, quelle cinesi? Perché non andare a rivedersi la storia dei prestiti del Fondo Monetario Internazionale, dei diamanti del Sud Africa, del petrolio del Niger, della moneta francese (CFA) nelle sue ex colonie, ben 14 paesi, simbolo di un dominio non ancora del tutto sradicato. Ci sono aziende occidentali che vanno protette a tutti i costi? e poi c’è anche il sottosuolo ancora da sfruttare e sembra, ad esempio, che nel sottosuolo del Mali ci sia uranio mentre in Niger già viene sfruttato.

È chiaro che una volta presa e diffusa coscienza delle cause del problema resta da affrontare il quotidiano. Del resto, almeno sulla carta, dovremmo essere abbastanza intelligenti ed evoluti per cambiare la cultura della guerra in quella della pace come risoluzione dei conflitti, mentre per cambiare le basi del sistema economico da sistema di sfruttamento a sistema di cooperazione, da scambio di denaro a scambio di merci, bisognerebbe ripartire almeno dalla metà del 1500. Dalle fiere di Lione per intenderci, perché a quel tempo la lettera di cambio estingueva il debito, oggi questi vengono procrastinati per ridurre le genti in schiavitù. E del debito africano ne parlava molto chiaramente Thomas Sankarà negli anni ’80 (http://www.ferraraitalia.it/la-storia15-ottobre-1987-la-notte-dei-sogni-degli-uomini-integri-61080.html).

Quindi cosa si fa nel frattempo? Si rispettano le leggi e il buon senso, si fa uso della carità umana e si preservano le culture di quelli che arrivano ma anche di quelli che già abitano l’Europa. L’iniziativa (che per adesso non vedrà la luce) del Presidente Macron degli Hot Spot in Libia sono un ottimo punto di partenza per l’identificazione di chi ha intenzione di raggiungere l’Italia e per scoraggiare i trafficanti di esseri umani. Proposta già avanzata da altri in Italia, tra cui la Senatrice De Pin di Riscossa Italia con un disegno di legge qualche tempo fa ma, come si sa, in Italia non si ha la cura degli interessi nazionali che altre Nazioni pongono come prerequisito fondamentale di ogni loro scelta.

In fondo anche la proposta del senatore Temonti di destinare una parte dell’IVA a progetti per l’Africa non era una cattiva iniziativa e anche Frattini, Ministro degli Esteri del governo Berlusconi, nel 2011 al Financial Times disse “Vera assistenza economica a quei Paesi, fratellanza politica e inclusione sociale” … “Torno a sottolineare l’importanza estrema degli aiuti all’istruzione superiore dei giovani Africani. Non solo ciò aiuterebbe a impedirne la radicalizzazione politica e religiosa causata dalla povertà, ma devono essere portati avanti da un gigantesco Programma Erasmus Euro-Mediterraneo che offra una speranza ai giovani svantaggiati del continente. Gli sarà offerta l’opportunità di studiare e di formarsi in UE” …  insomma qualcuno aveva cominciato a parlare di aiuti concreti e di andare al fondo del problema ma sono cose, queste, che alla UE non piacciono e l’informazione non rilancia.

Poi tutto ciò che tocca e ha un impatto sull’intera comunità italiana o dove quest’ultima ha un interesse legittimo che sia di sicurezza o di spesa pubblica deve essere affrontato e gestito dallo Stato. Quindi basta con le cooperative private e con il business dell’accoglienza indiscriminata e senza senso. Il punto qui è che se si privatizza l’accoglienza o gli ospedali allora si avrà bisogno che i migranti o gli ammalati arrivino proprio come un supermercato che per non fallire ha bisogno di clienti (per un approfondimento della proposta http://www.ferraraitalia.it/libera-circolazione-follia-o-necessita-113878.html)

Con un piano di accoglienza serio e con i riconoscimenti sul suolo africano o luogo di origine o adiacente al luogo di origine, arriverà chi avrà modo di integrarsi (non davanti ai bar cittadini o nelle periferie a bighellonare senza documenti).

Arriverà il richiedente asilo oppure semplicemente chi richiede la possibilità di cercarsi un lavoro e di arrivare legalmente, dichiarando in anticipo generalità e desideri. Ma soprattutto a questa gente bisogna dare la possibilità di arrivare con un comodo permesso temporaneo e un biglietto aereo, insomma il riconoscimento fin dall’inizio della loro dignità.

Tutto questo nel frattempo. Nell’attesa di andare sempre più a fondo, alle radici, là dove finiscono le polemiche, le tragedie, le divisioni e inizia il problema.

 


Claudio Pisapia

Studio i fenomeni sociali seguendo quelli economici. Maturità classica e Laurea in Scienze Politiche, collaboro con il Gruppo Economia di Ferrara (GECOFE) nell'organizzazione di eventi, conferenze e nello studio della realtà macroeconomica. Collaboro con chi mi chiede collaborazione. Ho scritto i libri "Pensieri Sparsi" e "L'Altra Faccia della Moneta".

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