L’EUROPA POTREBBE FARE LA PACE, SE SMETTESSE DI PENSARE ALLA GUERRA

Pubblicato da Claudio Pisapia il

Jens Stoltenberg, il Segretario Generale della NATO, ha dichiarato che la guerra sarà lunga e quindi sarà necessario prepararsi, ma quanto lunga? Ed esattamente, a cosa ci dovremmo preparare?

Gli ucraini hanno dimostrato al di là di ogni previsione di essere effettivamente in grado di resistere all’attacco di quella che, almeno fino al 14 febbraio scorso, era considerata la seconda armata più potente al mondo dopo gli Stati Uniti. E questi ultimi sicuramente non sono estranei a questo inaspettato successo.

Hanno infatti fornito, dal 2014 al 2020 e secondo il Security Assistance Monitor del Center for International Policy, un miliardo e 993 milioni di dollari in armi. A queste si aggiunge Biden che dal 2021 ha stanziato in poco più di un anno altri 2 miliardi. Oltre all’Ucraina sono stati stanziati dollari per il riarmo anche ad altri Paesi di quell’area: Lettonia, Lituania ed Estonia, rispettivamente 193 milioni, 190 milioni e 156 milioni, segue la Romania (112 milioni), Moldavia (106 milioni) e Bulgaria (96 milioni).

Soldi che probabilmente rientreranno visto che l’Europa sarà costretta ad aumentare le forniture di gas dall’America e grazie alla volontà di riarmo che si sta impossessando dell’animo dei nostri governanti, anche a costo di tagli a istruzione e al welfare.

In questo mese e mezzo abbiamo assistito ad una vera e propria campagna pro guerra al grido di “mandiamo armi all’Ucraina perché vogliamo la pace” che aggiunge linfa all’ipocrisia delle missioni di pace in Iraq, Siria e Afghanistan. Dal punto di vista occidentale esistono le guerre belle, quelle che si fanno sventolando la bandiera multicolore, e non si prova mai seriamente a considerare l’altra parte, quella parte del mondo che vede le nostre missioni di pace come delle ingerenze, dei deliberati attacchi alla sovranità altrui. E senza partire da questo, difficilmente ci potrà essere un futuro di distensione.

Bisogna dialogare di più e non di meno come stanno facendo Draghi e Di Maio che si sono arroccati dietro la convinzione che in questa guerra esista un cattivo da combattere e un buono da armare come se fossimo già parte di essa. Noi siamo terzi e quindi il nostro compito dovrebbe essere quello di cercare una soluzione alla guerra e non continuare ad accendere provocazioni.

E dal nostro punto di vista di cittadini, quello italiano ed europeo, diventa difficile comprendere perché ci stanno preparando ad andare in guerra senza che si sia aperto un serio tavolo di trattativa, che si sia ascoltato le ragioni di tutti e cercato di capire dove e cosa i belligeranti sono disposti a cedere per poi essere garanti. Certo prima del 24 febbraio bisognava anche capire che i belligeranti reali in campo erano Russia e USA. Adesso stiamo inseguendo gli umori, le dichiarazioni giuste, ma di parte, di Zelensky, continuando a non considerare il ruolo degli Stati Uniti che hanno interesse strategico a che questa guerra continui, che la Russia ne esca più indebolita possibile a spese degli europei e degli stessi ucraini.

E difficile accettare di andare in guerra ma anche di dover prepararsi ad una guerra di resistenza e di logoramento tra i cittadini russi e quelli europei. Il rialzo dei prezzi delle materie prime si trascinerà dietro aumenti generalizzati che porteranno ad inflazione alta, perdita di posti di lavoro sia da una parte che dall’altra, sacrifici giornalieri. Noi saremo aiutati dagli USA mentre i russi da Cina e India e altri paesi, tanti, che non vedono di buon occhio l’occidente e questo cementificherà sempre di più il muro delle divisioni e delle ideologie.

E intanto si parla anche di un esercito permanente ai confini della Russia, il che vorrebbe dire continuare ad armare quei paesi dell’est, ex-sovietici, far sentire sempre di più alla Russia che è percepita dall’Occidente come una minaccia continua. Esattamente ciò che si è fatto negli ultimi 20 anni portando la Nato sempre più lontano da casa e trasformandola da organizzazione difensiva in offensiva e quindi si continuerà ad alimentare le tensioni e ad essere percepiti a nostra volta come una minaccia e dei guerrafondai.

Non c’è intenzione quindi di rispondere alla Russia, all’altra faccia dell’umanità e quindi anche alla Cina, con la diplomazia e la distensione, ma mostrando i muscoli, mostrando le nostre capacità di creare e dislocare armi sempre più letali. E che cosa potranno mai rispondere dall’altra parte della linea rossa se non con la dislocazione a loro volta di armi contro armi?

I nostri governanti stanno dimostrando la loro incapacità di ascoltare e di dialogare. Lo hanno fatto dopo le crisi economiche, durante il periodo della pandemia da Covid 19 e lo stanno facendo adesso portandoci in una guerra “calda” che non vogliamo o in una seconda guerra “fredda” con il rischio continuo di finire inceneriti dalla follia delle armi atomiche dislocate sul nostro continente grazie agli amici americani, inglesi, francesi e russi.

Ci sarà un finale, di sicuro, ma di che tipo dipenderà molto dalle scelte europee cui spetta la presa di coscienza di un conflitto geopolitico in atto tra due potenze nucleari, con un occhio alla Cina che aspetta sornione di capire cosa succede in Ucraina per decidere come muoversi nell’indo pacifico, come risolvere il problema Taiwan.

L’Europa dovrebbe ragionare si se stessa e da potenza, come cerca spesso di fare la sola Francia. Smettere di seguire e cercare di anticipare. Partendo da quei valori che i suoi cittadini hanno acquisito negli ultimi 70 anni di dialogo e di democrazia.


Claudio Pisapia

Studio i fenomeni sociali seguendo quelli economici. Maturità classica e Laurea in Scienze Politiche, collaboro con il Gruppo Economia di Ferrara (GECOFE) nell'organizzazione di eventi, conferenze e nello studio della realtà macroeconomica. Collaboro con chi mi chiede collaborazione. Ho scritto i libri "Pensieri Sparsi" e "L'Altra Faccia della Moneta".

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